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Intervista al finalista del Grande Fratello. Kevin Ishebabi

Professione modello e studente in scienze infermieristiche, tra i finalisti dell’ultima edizione del Grande Fratello.
Lui è Kevin Ishebabi, modello italo-tanzianiota di 24 anni, dal fascino indiscutibile e dalla testa ben piantata sulle spalle. L’ho incontrato, per un’intervista esclusiva, presso gli uffici di Uanweb Agency, agenzia padovana di comunicazione e social media marketing.

Di Francesca Caon

 

Come hai vissuto l’esperienza del Gf?
E’ stata un’esperienza incredibile dal punto di vista umano: amicizie che credo dureranno tutta la vita e la nascita di un amore. Sono stati 81 giorni vissuti dentro la casa, come una compilation di emozioni e che mi hanno permesso, a 24 anni, di conoscere aspetti del mio carattere, che sapevo di avere, ma non così accentuati. C’è una fase iniziale che devi metabolizzare, perchè le telecamere puntate addosso 24 ore su 24, fanno soggezione a chiunque, inizialmente. Ma poi ti abitui e non ci pensi neanche più.

Ti interessi di temi sociali e hai lanciato una serie di spot anti razzismo, come è nato questo progetto?
È nato perché questa tematica mi ha toccato in prima persona, per via della mia storia e provenienza. Mia madre, che è nata e cresciuta nella provincia di Padova, dove il problema della xenofobia e della paura del diverso, è ancora più accentuato, ha avuto il coraggio e la forza, di portare avanti l’amore nato per mio padre tanzaniota, che era visto come un diverso.
Da questa scelta, assolutamente controtendenza e controcorrente, oltre che straordinaria e coraggiosa, io traggo ispirazione ogni giorno.

Cosa ti hanno insegnato tuo padre e tua madre?
Mio padre e mia madre sono l’esempio lampante, che se lotti per qualcosa in cui credi, non esiste niente che ti possa fermare.

Un tuo motto o una frase che più ti rappresenta?
Il mio motto è “Se non ti fai illusioni, non avrai delusioni”.
E’ una frase che mi ha sempre rappresentato, ma ora ancor di più, dopo la popolarità che mi ha regalato il GF. Credo che mantenere un profilo basso e la testa ben attaccata alle spalle, ripaghino e aiutino a focalizzare meglio l’obiettivo, oltre che a proteggerti, senza rischiare di rimanere scottati da una brutta delusione!

C’è qualcosa che vorresti dire a qualcuno/a e non sei riuscito a dirgli/le?

Mi piacerebbe dire qualcosa a Beppe Tuccillo: innanzitutto ringraziarlo per tutto ciò che mi ha insegnato e donato in due settimane di GF; mi ha dato molto più lui in 2 settimane, che altri concorrenti in 81 giorni. Mi dispiace si siano persi i contatti con Beppe,  per il quale ho solo pensieri positivi…
Mi piacerebbe tanto organizzare un aperitivo con lui, come ci eravamo ripromessi!

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La mia intervista allo street artist Tony Gallo

“Non inseguo una ricerca mentale, esiste un approccio istintivo e selvaggio dietro ogni mio lavoro. Parto da un caos e a metà dell’opera capisco quello che sto realizzando”  Tony Gallo

Poco dopo la sua collaborazione con lo street artist Kenny Random (per un mural che ha lasciato senza fiato la città di Padova) ho incontrato Tony Gallo.

Padovano, classe 1975, Gallo è diventato in pochi anni uno degli artisti più apprezzati della scena Street Art, per l’originalità e la freschezza delle sue opere.

Intimista, suggestivo, con una fortissima potenza emotiva, Tony Gallo ci ha aperto le porte del suo magico mondo.

di Francesca Caon
Guardare i tuoi quadri equivale a intraprendere un viaggio in mondi fantastici, fatto di creature umanizzate, esseri antropomorfi e situazioni surreali che stimolano l’immaginazione. Se potessi racchiudere in un termine da te coniato il tuo stile figurativo, quale sceglieresti?

Io la chiamo arte emozionale. Perchè lavoro con le emozioni e non con disegni preimpostati o bozzetti. Dietro il mio lavoro non c’è una ricerca mentale, razionale, anzi: ho un approccio istintivo e selvaggio. Parto dal caos e a metà dell’opera capisco quello che sto realizzando.

Una cosa che senz’altro colpisce del tuo talento è la sua estrema versatilità. Ti sei occupato, sempre con risultati sorprendenti, di musica e pittura. Quando si dice: “un’artista a tutto tondo”…

In effetti nasco musicista: ho suonato la chitarra per quasi 15 anni, prima di abbandonare definitivamente e diventare pittore.

Che valore dai al colore e come lo adoperi nelle tue produzioni? Che tecniche usi ?

La tecnica mista. Uso molto spray e acrilico, bombolette, pennello e rullini. Utilizzo il rullo per le campiture. Il risultato sulla tela è materico: quando dipingo un soggetto non uso delle linee definite, così da lasciare sfogo alle emozioni. Quando ho iniziato usavo moltissimo il giallo, colore che ora al contrario non uso più. In realtà da bambino ero daltonico, e vedevo solo il giallo. Se mi chiedevano “Di che colore è questo?”, qualsiasi colore fosse, rispondevo che era giallo.

Cosa desideri far scaturire dalle tue tele?

Nelle mie tele c’è tutto me stesso, ci sono le mie emozioni. Faccio l’amore con la mia tela. Mi lascio andare. Quando inizio a dipingere ci entro dentro. A volte cambio addirittura soggetto in corso d’opera, riuscendo a fare qualcos’altro rispetto a quello che volevo fare in bozza. È come cambiare posizione: giro e rigiro. Non sono un tradizionalista.

Quali sono le tue fonti di ispirazione, qual è il reale che poi trasformi in surreale?

Molti miei soggetti nascono dall’amore spropositato per i gatti. I miei due gatti, Taco e Tatì, sono la mia massima fonte d’ispirazione. Con il tempo i miei soggetti si sono vestiti anche di altri animali, come i volatili. Ora è il periodo dell’elefante. Penso che andrò avanti così, con lo stesso metodo. Non sono io che cerco loro. Sono loro che cercano me. Nei miei quadri nasce sempre tutto quanto da sè.

Ci sono degli artisti che ti piacciono particolarmente?

Modigliani, per restare nello storico. Come street artists direi Anthony Lister , Zed1 e Osgemeos, due fratelli brasiliani.

La musica influenza in qualche modo la tua produzione?

In genere preferisco il silenzio quando dipingo. Come nella musica, anche nell’arte cerco ispirazione in tutto quello che io poi non andrò mai a realizzare. Nel momento di massima creazione non guardo niente, così come quando suonavo non ascoltavo niente. Perche è normale che a livello psicologico si possa essere sviati, e io non voglio che l’atmosfera che rendo sulla tela possa essere influenzata in alcun modo da fattori esterni.

Sei padovano come Kenny Random, oggi uno dei più importanti street artist a livello internazionale. Siete riusciti ad emergere in una città dove non c’è esattamente una cultura underground, come a Berlino, Londra, Parigi. In che modo la tua città ha influenzato il tuo lavoro e quanto sei soddisfatto della sua sensibilità artistica e culturale?

A Padova ci si muove ancora in maniera illegale. Prima di fare qualcosa di significativo qui, mi sono mosso a Treviso, Vicenza, Imola, città dove le amministrazioni comunali danno degli spazi dove poter dipingere liberamente alla stregua di tantissimi altri paesi stranieri dove la street art è riconosciuta. E poi ci sono le associazioni che aiutano a dare valore alle nostre opere. A Padova ad esempio c’è la Jeos, nata per mantenere vivi il ricordo, il pensiero e le opere di Giacomo Ceccagno, in arte Jeos, un writer della vecchia scuola, scomparso precocemente. È una realtà che opera nel campo dei writers e della street art, ma tutto procede molto lentamente. Certo, potrei andarmene da qui, dall’Italia: spesso ci penso, perché probabilmente farei meno fatica ad impormi sulla scena artistica. Ma è qui che voglio realizzarmi. Nella mia città, nel mio paese.

Recentemente hai realizzato proprio insieme a Kenny Random, in un angolo di via Santa Lucia a Padova, un mural raffigurante i vostri avatar, l’uno di fronte all’altro. È una scena densa di delicatezza e poesia. L’uomo nero di Kenny Random, con il cappello a cilindro e il cappotto, tiene le mani in tasca e guarda l’amico di fronte a sé: l’uomo- papera di Tony Gallo, vestito di verde e rosso, con in mano una gabbietta e un uccellino nero. Come è nata questa collaborazione tra voi?

Era da un po’ di tempo che volevamo fare qualcosa insieme: volevamo unire il nostro sentimento verso questa città che amiamo. Così abbiamo realizzato un mural che fosse un dialogo aperto tra due diversi, partendo da un segno sul muro per arrivare al mondo.

Dove sogni di esporre i tuoi prossimi dipinti? Hai qualcosa già in cantiere per il nuovo anno?

Sì, farò una mostra a Spazio Tindaci a metà febbraio. Vi aspetto lì.

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Interviste

Intervista al cantautore italo-inglese Jack Savoretti per Voce Spettacolo

“Le cicatrici le porto dentro e le canzoni sono il mio modo di curarle”

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Dopo il sold out di aprile, lo scorso 31 ottobre è tornato ad esibirsi a Roma il cantautore italo-inglese Jack Savoretti.

Classe ’83, i testi ricchi di poesia e le sue interpretazioni appassionate e struggenti lo hanno affermato presto sul palcoscenico internazionale, tanto che a pochi anni dall’esordio alcune sue canzoni erano già state utilizzate da grandi serie tv come Grey’s Anatomy e Sons Of Anarchy. Definito da alcuni “l’erede di Bob Dylan”, Savoretti ha aperto il concerto di Bruce Springsteen all’Hard Rock Calling di Londra, diviso il palco con Neil Young al British Summer Festival di Hyde Park, e collaborato con un mostro sacro come Sir Paul McCartney.
Nel 2015 è stato premiato come Miglior Nuova Proposta Internazionale agli Onstage Awards 2015. Un altro artista di origini italiane, il sudamericano Antonio Dal Masetto, scrisse molti anni fa un bellissimo libro dal titolo “È sempre difficile tornare a casa”. Ecco, è forse qui la chiave del successo di questo cantante: quando accompagna con la chitarra acustica la sua voce vellutata, crea un’atmosfera talmente avvolgente da rendere difficile, davvero molto difficile, tornare a casa.

di Francesca Caon

Sei nato a Londra ma scorre sangue italiano nelle tue vene, quanto la musica italiana ha influenzato le tue canzoni?

Molto. Quando ero piccolo mio padre ascoltava tutti i grandi della musica italiana: Battisti, Guccini, De Andrè…

Quali sono i tuoi tratti italiani?

Sicuramente il sorriso e la passionalità.

Da bambino cosa sognavi di diventare?

Un poeta.

La tua musica è tendenzialmente malinconica, ma tu sorridi sempre, hai il fascino tipico delle persone serene, quanto c’è di autobiografico nelle tue canzoni?

Molto. Le cicatrici le porto dentro e le canzoni sono il mio modo di curarle.

Hai conosciuto e collaborato con Springsteen e McCartney, due monumenti del rock. Che tipi sono?

Qualcosa che non si può esprimere con semplici parole.

Cosa ne pensi di quest’era dei talent, della musica on line e degli streaming musicali?

Non ho niente contro i talent ma credere che quella è musica è come credere che McDonald sia mangiare bene.

Che idea hai dell’industria musicale inglese? E di quella italiana?

Nell’industria musicale inglese c’è molto spazio per l’underground. Quella italiana è troppo schiacciata sul mainstream.

Quali sono i tuoi ascolti musicali?

Amo molto i Broken Bells ma sono cresciuto con Jackson Browne e Sublime.

In quale momento della tua carriera ti sei sentito più fiero?

Quest’estate sul palco del Glanstonbury Festival.

So che sei molto tifoso del Genoa. Non è difficile immaginare che sia una passione ereditata in famiglia? E’ così?

Certo! Di padre in figlio.

Hai duettato all’Arena di Verona con Elisa. Raccontaci…

Quando incontri una persona di talento come Elisa non ci sono parole che possano descrivere un’esperienza del genere. Lei mi piace molto.

Cosa è per te il successo?

Far conoscere la propria musica senza compromessi.

Come sei quando sei lontano dalla luce dei riflettori?

Mia moglie dice che sono un gran rompiballe e, anzi, è stata lei un giorno a spronarmi dicendomi: “Perchè non sei così anche al lavoro!”

Quali sono i tuoi progetti futuri o per i quali stai già lavorando?

Per ora sto girando per tutta Europa con il mio tour. Poi si vedrà.

C’è un sogno nel cassetto che vorresti realizzare?

Si molti…ma, per scaramanzia, preferisco non dirli.

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Interviste

Il primo giorno d’autunno è uscito nelle sale il film “L’esigenza di unirmi ogni volta con te” con Marco Bocci e Claudia Gerini. La mia intervista al regista Tonino Zangardi

Tonino Zangardi firma la regia del film, “L’esigenza di unirmi ogni volta con te” con Claudia Gerini e Marco Bocci, uscito nelle sale il 24 settembre. In tanti film (Sandrine nella pioggia, Zodiaco, Prendimi e portami via, Alullo Drom – L’anima zingara, ecc) ) è impossibile che non scatti la mimesi, l’identificazione nei suoi personaggi e nel suo immaginario registico.
Ho avuto modo di chiacchierare con lui. La conversazione è stata lunga. Abbiamo toccato diversi argomenti, partendo appunto dal suo ultimo film.

di Francesca Caon

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“L’esigenza di unirmi ogni volta con te” è un film interpretato da Claudia Gerini e Marco Bocci, rispettivamente Giuliana e Leonardo, due destini che non solo si intrecciano, ma si stravolgono a vicenda. Come è nata l’idea di film?

E’ nata dal romanzo. Quando ho iniziato a scriverlo non pensavo, nè che un giorno sarebbe stato pubblicato, nè che ci avrei fatto un film.

L’esigenza di unirmi ogni volta con te” è il romanzo (Imprimatur 2015) da cui è tratto l’omonimo film. Già alla sua terza ristampa, è un successo di vendite e di consensi, che continuano a crescere col passaparola. Te lo aspettavi?

Assolutamente no. Io ero già felice di aver trovato una casa editrice che me lo pubblicasse, figurati se poi pensavo che avrebbe venduto. Però devo dire che quando l’hanno letto mi hanno detto subito che era forte ed erano molto positivi.

Torniamo un po’ indietro, ai tuoi esordi. Può accadere che l’arte, proprio come la fede, si basi su un principio di vocazione, su un momento epifanico in cui l’artista capisce di voler fare il regista, l’attore, scrivere libri… Tu quando hai capito di voler fare il regista? C’è stato un momento preciso?

Il momento preciso no. E’ maturato nel tempo. Quando ho compiuto 16 anni mio padre mi regalo’ una cinepresa super 8. Fu una scoperta sensazionale. Filmavo tutto. Le serate con gli amici, le vacanze, la nascita del nipotino, il matrimonio di un parente e poi passavo intere notti a montare….ho ancora nella cantina di mia madre centinaia di pellicole di quel periodo. Poi il Centro Sperimentale di Cinematografia ha fatto il resto. Lì ho capito che avrei seguito quella strada.

Che cos’è per te la regia?

La regia è una visione personale di come si vuol raccontare una storia. Sì, ci sono delle basi tecniche da sapere e anche una certa capacità di saper interagire con gli attori. Ma non nel spiegare con che tono devono dire “ Buongiorno” ma nella capacità di farli entrare in un personaggio. Devono abbandonare se stessi e vestirsi di un carattere, un modo di essere di un’altra persona. Secondo me, i grandi attori non sono quelli che studiano la tecnica recitativa ma quelli che guardando le persone, la gente, sanno ricrearli in maniera simile. Io sono per una recitazione di pancia e tutti gli attori e le attrici che scelgo fanno parte di questa categoria.
Ecco la regia è innanzitutto saper guidare gli attori e poi scrivere con le immagini.

Come fu l’esperienza al Centro sperimentale di Cinematografia ai tempi di Fellini, Taviani, Nanni Loy?

Straordinaria. Ricordo ancora il primo giorno quando ci portarono allo Studio 5 di Cinecittà e vidi un signore con un cappello seduto sopra un Dolly altissimo di fronte alla sagoma di una grande nave di cartone, che gridava “ Azione “. Noi tutti rimanemmo allibiti nel vedere una ventina di persone da una parte e altrettante di fronte che agitavano un immenso telone nero di plastica: facevano il mare. Quel signore era FELLINI.

Rispetto a quando hai iniziato tu, oggi è più difficile provare a lavorare nel cinema? Per un giovane che vuole iniziare, ci sono più ostacoli?

Oggi è molto ma molto più difficile. Questo nostro bel Paese sta andando in una deriva culturale senza precedenti. La televisione ha ucciso tutto e i dementi aumentano sempre di più. Però devo anche dire che niente è facile nella vita. Fare la scelta artistica è una delle cose più coraggiose che si possa fare poiché è molto difficile viverci a meno che non sei figlio di papa’……però dico anche che chi ha il talento vero prima o poi esce. Una roba del genere non riesce a fermarla nessuno. E’ solo questione di tempo, determinazione e un pizzico di fortuna ma questa come si sa aiuta gli audaci.

Che tipo di spettatore è Tonino Zangardi? Cosa ti piace guardare e cosa proprio non sopporti?

Sono un divoratore. In quest’ultimo periodo adoro le serie americane su Sky. Devo dire che hanno superato il cinema. Breaking Bad, True Detective, Il trono di spade sono serie spettacolari. Non ne ho perso una sola puntata. Ora è iniziata la seconda serie di True Detective e io già sono partito. L’unica cosa è che amo vederle tutte di seguito. A volte di notte sono capace di vedermi tre, quattro puntate di seguito finchè non crollo.

C’è un lavoro o un momento sul set a cui sei più legato?

Risposta secca: il primo giorno di set del mio primo film ALLULLO DROM. Un’emozione indimenticabile vedere mentre scendevo lungo la valle 200 zingari, gli attori e tutta la troupe, lì pronta ad aspettare me. La sensazione che una storia partorita dal mio cervello aveva preso forma materiale.

Pensi che il mondo del cinema in genere risenta del malessere economico nazionale ed europeo?

Non c’entra il malessere economico. C’è la stupidità politica di non capire l’importanza. Ma credo che questo sia maggiormente in Italia perchè negli altri Paesi continuano a investire e tanto.

Qual è il tuo rapporto con la musica?Se la tua vita fosse una canzone, quale sarebbe?

Simbiotico. L’ascolto in continuazione. Sono un collezionista di vinili. Ce ne sono tante di canzoni ma ne nomino due. Una italiana e una straniera: VENDO CASA di Battisti ed IMAGINE di Lennon.

I Mammooth firmano la colonna sonora del film “L’esigenza di unirmi ogni volta con te”, un sodalizio artistico iniziato con “Sandrine nella pioggia”. Come è nata questa collaborazione?

Per caso. L’assistente montatore sul mio film SANDRINE NELLA PIOGGIA arrivava tutte le mattine con le cuffie. Un giorno gli ho chiesto: “Ma cosa senti?” E lui mi ha risposto: “Una band di miei amici”. Quando me li ha fatti ascoltare sono rimasto fulminato. Erano i Mammooth.

Un tuo pregio ed un tuo difetto?

Essere passionale li racchiude tutti e due

Di cosa ti stai occupando ora?

Giro in lungo e in largo l’Italia. Mi stanno invitando in un sacco di posti a presentare il romanzo. Poi la preparazione per il lancio del film che uscirà dopo metà settembre al cinema….e forse un nuovo progetto.

Se potessi tornare indietro, c’è qualcosa che vorresti dire a qualcuno e che non hai fatto in tempo a dire?

Sì. Rimani qui.

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Interviste

Intervista a Francesco Baccini

12030844_10153168050205687_1740139657_n“Sei un anarchico? Sì sono un anarchico, e come puoi non esserlo in un paese di 60 milioni di individualisti?“

Francesco Baccini, uno degli autori più originali e in qualche modo eccentrici del panorama italiano. E’ il poeta della ricerca, delle sensazioni forti, del contrasto, del dissenso. Basta sentirlo parlare, con quella cadenza genovese che non si cancella, basta ascoltarlo mentre ricorda gli anni in cui scansava le fatiche in porto come camallo, per capire quanto, alla fine, non sia possibile tagliare quel cordone ombelicale che lo lega a Genova. E alle sue canzoni.

Camallo per necessità?

Non proprio. Sono nato e cresciuto in una famiglia di portuali. Mio nonno e mio padre erano camalli. Sono rimasto orfano di padre a quindici anni. La pensione non bastava e bisognava mandare avanti la famiglia e quindi, mi sono dovuto rimboccare le maniche. Nel porto della mia città, Genova, ho lavorato per 8 anni. A 26 anni sono scappato di casa per andare a Milano e diventare quello che sono oggi, un cantautore.

Genova sembra essere l’epicentro storico della musica d’autore italiana. Cosa ti porti dietro di quel mondo?

Genova è un luogo intriso di musica. E’ una città chiusa, di poche parole, di strofe e poeti non di romanzi e scrittori. E’ una città di musicisti, di cantautori, artisti liberi che non parlano per interesse di un qualche potere economico o politico. I genovesi non sbattono i pugni, vedono la vita in maniera disincantata con un’ironia che diventa sarcasmo. Siamo molto critici, ma anche autocritici. Tutti, a Genova, devono dire la loro: abbiamo un grande senso di libertà, anche perchè già 500 anni fa eravamo una Repubblica. Andavamo a conquistare gli altri, non abbiamo mai subito dominazioni. E questa forma mentis ce l’hanno inculcata attraverso generazioni. Io aborro chiunque mi voglia inculcare qualcosa, a partire da mia madre.

E non rischi mai di diventare cinico?

Certo che rischi di diventare cinico. Ma perchè i grandi comici genovesi da Paolo Villaggio a Luca e Paolo, non sono cinici?

Da bambino cosa volevi diventare?

Da bambino volevo diventare una via. Mi dicevo, tra cent’anni diventerò una via. Potevo diventare solo un artista o un ladro. Ma non cercavo il successo, quello che ho avuto è stato anche troppo. Quando l’ho avuto, se potevo defilarmi era meglio. Quando dieci anni fa decisi di fare Music Farm, fu terribile, un trauma.

Che senso ha essere cantautore oggi?

Io sono un vintage. Sono nato in un periodo storico in cui la musica era importantissima. Non facevi un disco perchè eri carino, altrimenti Lucio Dalla e Franco Battiato non sarebbero diventati cantautori. Poi negli anni ‘80 è finito tutto, perché c’è stato un salto indietro clamoroso. Allora i Police sono stati spodestati dai Duran Duran e dagli Spandau Ballet, che se li ascolti oggi sembrano i Beatles, da quanto siamo arrivati in basso. Gli attuali punti di riferimento della mia generazione sono pre anni ‘80. La fortuna è che avevamo delle figure di riferimento talmente grosse che ti ci potevi aggrappare. Prima le case discografiche puntavano sull’artista, oggi invece si crea un prodotto.

Ma com’è la musica oggi?

La musica non è più protagonista. L’Italia è il paese nel quale, se faccio un’operazione di marketing martellante, posso essere considerato un grande, senza saper fare niente. Oppure vince l’immagine, l’icona.
Sai perchè ha successo la figura del rapper in Italia? Perché i cantanti italiani ormai sono o para-gay o donne. Il rapper rappresenta l’icona più eterosessuale, il supermacho pieno di tatuaggi. Alla ragazzina poca importa della musica, la ragazzina vuole sposarsi il cantante.

Cosa consigli a un giovane che vuole intraprendere questa strada?

E’ necessario differenziarsi, trovare una propria strada. L’originalità paga visto che oggi è molto difficile emergere.
Molti format televisivi musicali creano false aspettative e in molti non capiscono che senza un’identità ben definita non si va da nessuna parte. Gli artisti devono proporsi in quanto unici, non perchè cantano pezzi famosi. La musica non è un karaoke.

Come vedi la nuova generazione?

La mia generazione era quella che scappava di casa. Noi con i genitori eravamo in conflitto. Questo conflitto alimentava la voglia di fare, di darsi da fare, oggi non scappano di casa, restano con i genitori fino a 50 anni e i genitori li subiscono. E oggi invece di fare, va di moda indignarsi. Ora si ha paura di esprimersi, di dire qualcosa. Io sono un provocatore. A volte mi piace usare il sarcasmo per esprimermi e le persone, che sono diventate molto più polemiche di un tempo, si arrabbiano, si offendono e io mi diverto moltissimo. Se avessi scritto oggi “Le donne di Modena”, mi avrebbero accusato di maschilismo e sessismo anche se è un testo estremamente ironico, al limite del sarcasmo. Trovo che questa nuova generazione sia talmente dimessa che non ha nemmeno la forza di pensare che il mondo possa essere diverso. E’ stato bravo il potere che ha vinto in tutti i sensi. E con tutti i problemi che ci sarebbero da risolvere, riesce a mettere di fronte alla tv milioni di spettatori a vedere X- Factor e Amici.

Sei un anarchico?

Sì sono un anarchico, e come puoi non esserlo in un paese di 60 milioni di individualisti? Io appartengo alla sinistra proletaria degli anni settanta. Non mi riconosco nella sinistra post anni settanta che divenne borghese e radical chic. Mi rispecchio nellla sinistra di Pertini che ha combattuto la resistenza contro il fascismo. I politici di oggi non fanno gli interessi dei cittadini, fanno politica per sé, facendo lo spot della loro esistenza.

Hai intrapreso anche la carriera dell’attore? Come è nata la passione per la recitazione?

Sono un appassionato di cinema e penso che sia la forma più completa d’arte. Quando il regista Giuseppe Varlotta mi ha proposto di interpretare un partigiano nel film Zoé, non ho esitato, malgrado la sfida di girare con una sola telecamera da spalla. Il suo talento registico coadiuvato da un geniale Direttore della fotografia, che vive a New York da otto anni, ci ha permesso di portare a casa numerosi premi e riconoscimenti facendo il giro dei Festival Internazionali (Terra di Siena Film Festival, Milano Film Festival, Brasov Film Festival, Festival Internazionale San Pietro Infine- Storie nella Storia, Busseto Music Film Festival sono solo alcuni ndr).

Che tipo di spettatore sei? Cosa guardi in tv?

Guardo solo Sky. Sono appassionato di film e sono malato di calcio. Accendo e spengo il televisore, scegliendo cosa vedere e a che ora. Non guardo un varietà da quando avevo undici anni, a meno che non ci sia andato ospite io.

A quali canzoni eri legato da bambino?

Avevo un 45 giri dei Beatles che conteneva “Come together” nel lato A e “Something” nel lato B, canzoni a cui sono molto legato, oltre a Crocodile Rock di Elton John.

Se potessi tornare indietro, c’è qualcosa che vorresti dire a qualcuno e che non hai fatto in tempo a dire?

Avrei voluto salutare mia madre…Purtroppo sono arrivato tardi. Ma mentre era in coma le ho messo le cuffie con le mie canzoni che ascoltava sempre. Spero le abbia sentite in qualche modo…

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Blog, Interviste

La mia intervista alle conduttrici tv Laura e Silvia Squizzato per Voce Spettacolo

Giornaliste, conduttrici, attrici, bloggers, scrittrici e gemelle.
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Com’è essere gemelle e lavorare insieme?
Essere in due è un’esperienza unica (scusate il gioco di parole). Si condivide tutto, nel bene e nel male, essere gemelle è come avere un proprio alter ego proiettato nel nostro esterno. Se si va d’accordo è un’esperienza straordinaria che fa vivere la vita in modo amplificato.

Proprio da questa domanda, prende il via il vostro libro ”Doppia vita- Il linguaggio segreto dei gemelli”, edito da Mondadori. Qualche curiosità, aneddoto, casi e coincidenze straordinarie sulla vostra vita a due?
Coincidenze ce ne sono capitate a migliaia; raramente abbiamo organizzato scherzi perché quotidianamente ci capitano coincidenze e equivoci che fanno sorridere noi e gli altri. Per esempio senza saperlo una volta ci siamo fatte lo stesso regalo di Natale! O in un negozio abbiamo comprato a due ore di distanza due vestiti di taglia, modello e colore uguale!

Avete mai provato il desiderio di lavorare separatamente?
Da ragazzine, dopo la scuola e 14 anni di danza classica insieme, pensavamo che ci saremmo separate. Poi la nostra carriera televisiva ci ha portato a restare insieme. Siamo nate come giornaliste televisive a Telelombardia e piaceva in alcune trasmissioni “utilizzarci” insieme; in Rai gli autori hanno sempre adorato la coppia televisiva. Michele Guardì, autore e regista storico della Rai, con cui abbiamo lavorato per sei anni, rimaneva colpito dalla nostra sintonia quando facevamo le interviste insieme…armonia che due conduttori non parenti a volte acquisiscono dopo anni oppure non acquisiscono mai!

Quali erano i vostri sogni ed aspirazioni da bambine?
Fare le giornaliste televisive! E’ raro che i sogni di bambine diventino realtà, siamo due donne fortunate!

Avete una persona di riferimento a cui ispirarvi?
Adoriamo Milly Carlucci! Bella, professionale e di cultura!

Avete origini venete ed avete vissuto a Milano e a Roma. Il meglio e il peggio di queste diverse realtà?
Noi siamo bresciane, il papà è veneto; abbiamo studiato nella nostra città fino all’università (lettere Antiche in Cattolica), poi ci siamo trasferite a Milano per lavorare a Telelombardia e infine Roma quando siamo sbarcate in Rai! Adoriamo la città eterna!

Nel 2011 debuttate al cinema nel film Gianni e le donne di Gianni Di Gregorio, presente insieme a un solo altro film italiano al Festival di Berlino. Come è stato calcare quel tappeto rosso?
Partecipare a un film d’autore per la prima volta e volare a Berlino prima e poi anche a New York per Openroads, il festival del film italiano, è stata un’esperienza a dir poco emozionante. Ci sono tanti attori che dopo anni di professione non riescono a vivere certe esperienze, noi siamo state fortunate a partecipare a questo film, scelte direttamente dal regista Gianni di Gregorio, che ci aveva conosciuto qualche mese prima a Taormina.

Per moltissimi anni avete condotto la diretta dalle piazze dei comuni italiani nel programma del week end di Michele Guardì di Mezzogiorno in famiglia. C’è un momento a cui siete più legate di questa lunga esperienza?
Il contatto con la gente è stata l’esperienza più bella che i 5 anni di Mezzogiorno in Famiglia ci ha regalato. La vera Italia è quella delle province! Con molte persone conosciute in questi anni abbiamo ancora un ottimo rapporto!

Il vostro punto di vista sul mondo dello spettacolo?
Il mondo dello spettacolo è vario e ha più facce. Come al solito contano le persone; a volte ti imbatti in quelle sbagliate. L’importante è andare avanti per la propria strada, non temere i pettegolezzi stupidi e inutili e essere convinti di quello che si fa.

Qual è il vostro rapporto con la musica? Se la vostra vita fosse una canzone, quale sarebbe?
Adoriamo la musica italiana e straniera che ascoltiamo in radio solitamente. La musica è energia e ci serve spesso per ispirarci quando scriviamo (Silvia scrive poesie, Laura racconti).
Forse la nostra canzone, Strada facendo di Claudio Baglioni!

Un vostro pregio ed un vostro difetto?
Dobbiamo proprio confessarli? Un nostro pregio è la nostra spontaneità, un difetto è che non riusciamo a fingere a lungo quindi le situazioni in cui bisogna mentire per sopravvivere ci stanno strette, nella vita privata come nel lavoro.

C’è un sogno nel cassetto che vorreste realizzare?
Abbiamo scritto il soggetto per un film, ci stiamo lavorando e  ci piacerebbe vederlo presto nelle sale.

Conservate i vestiti “storici” della vostra vita?
Pochi, perché abbiamo troppi vestiti quindi spesso i più vecchi li abbiamo regalati ad amiche o a volte dati in beneficienza.

Come siete quando vi trovate lontano dalle luci dei riflettori?
Uguali a come siamo in video diremmo. Non riusciamo a essere diverse. Sotto i riflettori però non abbiamo mai litigato, nella vita succede invece!

Volete dare un consiglio a chi vuole intraprendere questo mestiere?
Crederci sempre e resistere a chi ti dice che è tardi e non ce la puoi fare. Essere sicuri di sé e cercare di mantenere equilibrio mentale.

Quali sono i vostri progetti futuri o per i quali state già lavorando?
Abbiamo pronto il lancio di un anello, Two be per Doppia vita…un anello composto da due anime gemelle che cambia l’idea di anello per sempre.

Un motto o una frase che più vi rappresenta?
L’unione fa la forza come diciamo anche nel nostro libro appena uscito Doppia vita, il linguaggio segreto dei gemelli (Oscar Mondadori).

Se poteste tornare indietro, c’è qualcosa che vorreste dire a qualcuno e che non avete fatto in tempo a dire?
Per ora no, proprio essendo molto dirette non lasciamo molte cose non dette. Certo, guardando al passato e ai rapporti vissuti c’è sempre qualcosa che si potrebbe migliorare o per lo meno dire con meno orgoglio.

Un saluto ai nostri lettori?
Un abbraccio di cuore a tutti! Ci piacerebbe se ci seguiste anche sul nostro blog (aperto da quasi due anni) http://www.doppiavita.tv…vi aspettiamo!

http://www.vocespettacolo.com/intervista-alle-conduttrici-tv-laura-e-silvia-squizzato/

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Blog, Interviste

La mia intervista a Filippo Nardi per Voce Spettacolo

imageEx concorrente del Grande Fratello, artista poliedrico, Disk Jockey, produttore discografico e conduttore televisivo (Chiambretti c’è, Le iene, Festivalbar, Loveline) con una innata attitudine allo scherzo, con la battuta arguta sempre pronta e un background british doc.
Ho avuto modo di chiacchierare con lui. Abbiamo toccato diversi argomenti, partendo appunto dalle sue origini british.

Fino a che età hai vissuto in Inghilterra?
Sono nato a Londra, cresciuto nel quartiere di Paddington, da padre fiorentino, bisnonna araba e madre ebrea polacca, sfuggita dalla deportazione nazista. Ricordo che la mia casa fin da piccolo era un via vai di gente multirazziale da cui coglievo ogni genere di ispirazione e sfumatura. Ho vissuto in pieno la Londra esplosiva degli anni ottanta fino al 92/93 quando tutto cominciò a spegnersi. Così nel ’96 mi trasferii a Castiglione della Pescaia in provincia di Grosseto e per 5 anni seguii un’attività di Windsurf al mare da marzo a novembre e una di snowboard in montagna nei restanti mesi dell’anno. E’ stato il periodo più bello della mia vita. Facevo una vita sana, fatta di sport, musica e fidanzata.

E poi arrivò il Grande Fratello?
Era il 2001, avevo visto l’edizione inglese tre anni prima così per sfizio telefonai al numero verde del GF e mi risposero subito. Mi convocarono al provino a Roma. Io mi presentai in Jaguar e costume e la tavola da surf legata alla macchina, perché approfittai della vicina Ostia per fare un po’ di windsurf. E credo che quel modo di presentarmi, che per me era pura normalità, fu percepita come diversità e stravaganza, tanto da colpire gli autori che mi vollero nel programma.

Dopo il Grande Fratello inizia la tua carriera televisiva, che ricordi hai di quegli anni?
Dopo il Grande Fratello mi trasferii prima a Roma e poi a Milano. Presi parte al programma Le iene e fu una un bellissima esperienza di cui conservo ricordi divertenti e felici e che mi hanno regalato una grande amicizia con Enrico Lucci (Attuale iena e autore del programma ndr). Poi Festivalbar e Loveline con Camila Raznovich a cui ho partecipato per tre stagioni.
Ho vissuto gli anni televisivi molto seriamente perché avevo una compagna e nel 2002 nacque mio figlio.

Hai intrapreso la carriera di DJ affermandoti nelle discoteche di tutta Italia, diventando anche produttore discografico nel panorama della musica house internazionale. Che rapporto hai con la musica?
La musica è sempre stata presente nella mia vita. Ho iniziato come Dj a Londra negli anni ottanta. La mia prima produzione musicale risale al 1988 per la Virgin Records. Iniziai a fare il Dj aprendo i djset a Paul Anderson, che secondo me è stato il primo dj house in Europa. Suonavo a tutti i rave a Londra, quelli famosi, si chiamavano Sunrise, ho lavorato a The WaG, The Heaven, con Mark Moore quello di S’Express. Ho prodotto dischi per le etichette “Seven Island Records”, “Metropolitan Recordings” e la “ReVox” e sono conosciuto nell’ambiente musicale con lo pseudonimo di Uncle Dog.

Hai dialettica e contenuti da vendere, non ti piacerebbe fare radio?
Magari, fare un programma in radio sulla musica sarebbe il mio sogno. Ho anche una puntata zero registrata…

Se la tua vita fosse una canzone, quale sarebbe?
Life On Mars di David Bowie.

Un tuo pregio ed un tuo difetto?
Un mio pregio la modestia, difetti non ne ho (Ride ndr)

Un tuo motto o una frase che più ti rappresenta?
Non fare le domande se non sei pronto per le risposte.
Cit. mia nonna.

Ecco dove ascoltare la musica di Filippo Nardi aka Uncle Dog :
https://pro.beatport.com/artist/uncle-dog/35996

https://www.traxsource.com/artist/127981/uncle-dog

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http://www.vocespettacolo.com/intervista-con-il-conduttore-dj-e-producer-filippo-nardi/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

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