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Thomas Bernhard, Correzione (Einaudi)

Bisogna potersi alzare e andarsene da tutte le compagnie che non servono a niente, e lasciarsi dietro i volti che non dicono niente e le menti spesso di una stupidità senza fine, uscire, andarsene via, lontano, soli.
Bisogna avere la forza e il coraggio e la durezza, anche contro se stessi, di lasciarsi alle spalle tutte queste persone e queste menti ridicole, inutili, ottuse e inspirare, espirare tutto ciò che abbiamo lasciato indietro e inspirare qualcosa di nuovo.

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12004805_10156153355620195_4883103970893034976_nLa vincita della signorina Silvani aveva scatenato il raptus organizzativo del ragionier Filini, che aveva subito combinato una vacanza in carovana, ciascuno con la propria roulotte. Fantozzi e Filini le andarono a ritirare nel tragico labirintone del parco vendite, e fu un’agghiacciante coincidenza: tutti e due lo stesso giorno, la stessa ora, lo stesso modello! Così la mattina della partenza, al luogo dell’appuntamento davanti al portone della Silvani, si presentarono nell’ordine: i ragionieri Colsi e Mughini, accoppiati per ridurre le spese di carburante, pur salvando ciascuno la propria intimità; Calboni, che spacciava spudoratamente per camper una vecchia ambulanza del Fatebenefratelli, che aveva noleggiata da un suo amico portantino senza scrupoli, e come nobile borbonica la compagna che s’era scelto per il viaggio: una nota troia di Bari, chiamata ironicamente “la Contessa” per i suoi modi particolarmente aristocratici. Arrivò poi Filini, che aveva risolto il problema con un autoblindo modello El Alamein, residuato del Secondo Conflitto Mondiale.
Fantozzi subisce ancora.

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“Quando i nazisti presero i comunisti,
io non dissi nulla perché non ero comunista.
Quando rinchiusero i socialdemocratici,
io non dissi nulla perché non ero socialdemocratico.
Quando presero i sindacalisti,
io non dissi nulla perché non ero sindacalista.
Poi presero gli ebrei,
e io non dissi nulla perché non ero ebreo.
Poi vennero a prendere me.
E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.”
Martin Niemöller

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“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari,
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei,
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.”
Bertolt Brecht

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Ce metti una vita intera per piacerti

AnnaMagnani3Ce metti una vita intera per piacerti, e poi, arrivi alla fine e te rendi conto che te piaci. Che te piaci perché sei tu, e perché per piacerti c’hai messo na vita intera: la tua. Ce metti una vita intera per accorgerti che a chi dovevi piacè, sei piaciuta… e a chi no, mejo così. Anche se lo ammetto, è più raro trovà un uomo a cui piaci, che te piace, che beccà uno ricco sfondato a Porta Portese!
Ce metti na vita per contà i difetti e riderce sopra, perché so belli, perché so i tuoi. Perché senza tutti quei difetti, e chi saresti? Nessuno.
Quante volte me sò guardata allo specchio e me so vista brutta, terrificante.
Co sto nasone, co sti zigomi e tutto il resto. E quando la gente me diceva pe strada “bella Annì! Anvedi quanto sei bona!” io nun capivo e tra me e me pensavo “bella de che?”.
Eppure, dopo tanti anni li ho capiti.
C’ho messo na vita intera per piacermi.
E adesso, quando me sento dì “bella Annì, quanto sei bona!”, ce rido sopra come na matta e lo dico forte, senza vergognarmi, ad alta voce “Anvedi a sto cecato!”.

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Amo

Amo le frasi compiute, gli avverbi che finiscono in mente, amo la felicità improvvisa, i fuochi d’artificio, a volte la gente. Amo le distanze, le pause, i tempi morti, quasi tutti i ricordi, i progetti, l’inverno che è un armadio, la primavera che mi smania addosso. Amo le spinte dolci, i frenetici sussulti; amo il tatto e la frutta, la coscienza, i morsi della fame, la sete di gioia; amo il sapere a profusione, le parole di chi ha più anni di me, le giostre, i bambini, le scrivanie colme di disordine e penombra, amo anche la mia fuga, le sensazioni oblique, il panico e la consolazione. Amo chi si pente, chi ritorna e chi scompare. Amo l’istinto, un viaggio corto, le canzoni dei miei amici, i pruriti ingenui, le confessioni. Amo chi si toglie dai piedi al momento giusto, le grandi capitali, amo gli sconosciuti (se restano tali); amo i cartoni animati, i nomi buffi, i libri spessi; amo le preghiere, le pose e le posture forzate, il caffé quasi amaro, le sigarette; amo scrivere di mattina ma più di notte, le cotte di adolescenti, i pensionati; amo certi istanti in cui sono padrona dei miei pensieri che diventano parole chiare cristalline, ed io non temo la valanga dirompenete di ciò che posso sembrare, parlando. Amo guardare. Amo spingere via le nuvole dai miei abbracci, scoprire il marcio dei santi, ridere beffardo degli invidiosi, amo sprecare soldi, fugare dubbi, sentire suoni distorti; amo chi mi dà ragione, amo chi vince, tifo per chi perde, amo togliermi dai guai dopo essermi volontariamente messa, amo il letto, il nostro nido, amerò mio figlio e mia figlia, amo le distrazioni inutili, i giochi, amo chi tace e non acconsente, amo chi si perde, amo le partite di calcio, le merende, amo la malinconia che prende certe domeniche di novembre, amo la nebbia avvolta in un cappotto, amo le serate fino allo sfinimento, le colazioni, i sorrisi spontanei, amo le sorprese giganti, le follie legali, amo i sandali rossi, le circostanze favorevoli, le coincidenze magiche, i nostri segreti, amo la mia famiglia adagiata sul mio cuore, l’alba perenne, gli anni che ancora ho davanti, le prime poesie, gli ultimi scritti, amo le stanze vuote, la prima volta, amo rendermi invisibile e precipitarmi all’occasione, amo guidare, amo frenare; amo gli spaghetti, i de-javù, gli strilli, amo i cavalli, i cani, i biscotti. Amo saltare di palo in frasca, la tua voce fresca, le memorie, le gardenie, amo sognare storie complicate, la bicicletta, volare, amo tuffarmi, comprare libri usati, amo indistintamente, indiscriminatamente, confusamente, tenacemente, ingenuamente, amo senza ragione, e rido dell’amore e ne tengo cura come l’unico mio bene.

Vito Ferro

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Mi’ padre me diceva

11885093_10153098648835687_2411037674652412364_nMi’ padre me diceva: fa’ attenzione
a chi chiacchiera troppo; a chi promette;
a chi, dop’èsse entrato, fa: “permette?”;
a chi aribbarta spesso l’opignone.

E a quello co la testa da cojone,
che nu’ la cambia mai; a chi scommette;
a chi le mano nu’ le strigne strette;
a quello che pìa ar volo ‘gni occasione …

… pe dì de sì e offrisse come amico;
a chi te dice sempre: “so’ d’accordo”;
a chi s’atteggia com’er più ber fico.

A chi parla e se move sottotraccia;
ma soprattutto a quello, er più balordo,
che, quanno parla, nun te guarda in faccia.

Aldo Fabrizi

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