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Blasting News

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Fake news e bullismo

Maschi con le gonne nelle scuole britanniche

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Poveglia, la stazione di quarantena per la peste dove alle 2 di notte si sente il lamento di una bambina.

P1020419Anche l’Italia ha la sua dose di luoghi insoliti e misteriosi. Come questa isoletta nella laguna di Venezia: Poveglia.

Quando arrivò la peste nera, era qui che venivano mandati a curarsi (o morire) quelli che erano contagiati.

L’isola di Poveglia, si trova a sud di Venezia, lungo il canal Orfano, ha una superficie di 7,25 ettari e si classifica come una isola piuttosto grande del canale lagunare.

E’ abbandonata da anni, per cui potete immaginare come la vegetazione abbia preso il sopravvento e in certi punti il passaggio sia ben difficile. E’ talmente misteriosa che qui le storie di fantasmi si perdono. Non servono strumenti fantascentifici per accorgersi che qualcosa realmente non va per il verso giusto: l’atmosfera suggestiva è davvero palpabile.

Poveglia attualmente è avvolta nell’oblio ma un tempo era un luogo fiorente. Allo scoppio della guerra di Chioggia, per la sua strategica posizione, venne sfruttata come avamposto militare e gli abitanti furono costretti ad abbandonarla. E da quel momento rimase disabitata, trasformandosi in un luogo piuttosto macabro relegato a diverse mansioni.

Nel 1700 sorse qui un lazzaretto dove i corpi delle persone colpite dalla peste, venivano bruciati e sepolti sotto i vigneti. Per questo, ancora oggi, non è raro trovare ossa umane che affiorano dal  terreno.

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Ma l’orrore continua quando a Poveglia venne costruito, nel 1922 un manicomio. Proprio il manicomio, dopo lo smantellamento nel ’68, secondo alcuni, fu scenario di avvistamenti di fantasmi: le anime degli appestati tornavano a tormentare i vivi. Ovviamente ipotesi e leggende mai accreditate, come quella che il direttore del manicomio fosse un lobotomizzatore, e gli spiriti lo avessero spinto alla pazzia e al suicidio gettandosi dal campanile dell’isola.

Tra i fantasmi degli appestati e quelli dei malati psichiatrici, per gli esoterici, Poveglia è uno dei luoghi più infestati del pianeta. Alle 2 di ogni notte, si narra si possa sentire il lamento di una bambina.

 

 

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“Intelligenti in casa ne basta uno”… diceva Faber. In effetti, avete mai visto una persona intelligente stare con un’altra intelligente? E’ troppo difficile, bisogna essere molto intelligenti.

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L’anarchico Fabrizio De Andrè, lo chansonniere libertario, nel ‘69 aveva ventotto anni, benestante, un po’ poeta, da due anni in testa alla classifica dei dischi longplaying più venduti in Italia. Vendeva più longplaying lui di Mina, di Celentano, di Morandi, dei Beatles. Scriveva e cantava canzoni difficili, irripetibili, letterarie, piene di parole ottocentesche. Qualsiasi cosa De André proponesse, qualsiasi parolaccia fosse contenuta nei suoi versi, non c’erano dubbi, il disco sarebbe arrivato certamente a cinquantamila copie che era il massimo che il mercato italiano potesse a quell’epoca ingoiare.
Parlava di drogati, di paura, di impiccati, di derelitti, di cimiteri, c’era di tutto, come un’indigestione di poesia.
Fabrizio era figlio dell’amministratore delegato di uno degli imperi industriali più potenti d’Europa, Eridania, la più grande società saccarifera italiana, Giuseppe De Andrè, vice sindaco di Genova col partito repubblicano, controllava i quotidiani La Nazione e Il Resto del carlino.
Nel 1961 e fino al 1963, Giuseppe De André fu socio co-fondatore della Karim, la prima casa discografica in assoluto in cui lavorò il figlio Fabrizio e partecipò attivamente al lancio della carriera del figlio, oltre che di altri artisti divenuti celebri, come ad esempio Orietta Berti nel 1962.
Negli anni ‘70 a Genova, Fabrizio doveva stare attento a girare perché i portuali lo volevano menare. Come se il figlio di Agnelli diventasse il cantante degli ultimi.
Non ci è dato sapere se uno dei motivi per cui Fabrizio divenne famoso fosse perché per primo cantò la parola puttana o perché avesse un bel tono di voce o perché rimase a lungo nella clandestinità. Sta di fatto che effettivamente la sua carriera esplose quando nel ‘67 cambiò casa discografica e tra i patti concertati a tavolino fu inserita la clausola “niente pubblicità” per Fabrizio De André, “lasciamolo nell’ombra e sarà il miglior modo per venderlo”, per costringere la gente a cercarlo. E così fu. La gente si innamorò del suo essere irraggiungibile.
La prima moglie di Fabrizio, morta nel 2004, si chiamava Enrica Rignon, detta Puny, era più grande di lui di dieci anni ed era la mamma di Cristiano. Ma il grande amore di Fabrizio fu Dori Ghezzi e fu Cristiano Malgioglio a presentarli, una sera in cui Fabrizio era giù di morale. Malgioglio gli propose di uscire insieme a Milano ‘C’e’ anche la mia amica Dori Ghezzi’, ‘Chi, quella che somiglia a Brigitte Bardot?’.
In pochi giorni scoppio’ il loro amore e si sposarono non appena Dori rimase incinta di Luisa Vittoria (Luvi), con Beppe Grillo come testimone.
Nel 1979 Fabrizio e Dori vennero rapiti dall’anonima sarda e tenuti sotto sequestro per 4 mesi.
Intervenne il facoltoso padre a trattare il riscatto.
Sborsò 550 milioni di lire, i dodici rapitori (tutti uomini) furono poi arrestati e condannati nel Novembre 1985. Dall’esperienza del rapimento De André scriverà la canzone “Hotel Supramonte”.
A livello di marketing discografico, la riuscita di Fabrizio De Andrè fu che i discografici, gli editori, avevano capito che l’artista piaceva al pubblico per quel che era, per le stramberie che presentava. E gliele lasciavano fare. Gliele lasciavano fare, quelle canzoni, non perché fossero belle o brutte, ma perché erano legate a un personaggio.
Chiunque altro, uno qualsiasi, uno sconosciuto si fosse presentato a un editore con testi e musiche di canzoni come quelle di De Andrè lo avrebbero sbattuto fuori a calci. Lo avrebbero preso per matto.
Avere rilevanza ancora prima di lanciare un prodotto, oggi ancor di più, ha un’importanza enorme.
Cosa che, d’altronde, fece anche Adriano Celentano. Uscire prima come personaggio che come artista. Lui, un cantautore di prima razza. Non per niente mise su una casa discografica per proprio conto. Che cosa facevano Celentano e De Andrè…Raccontavano…ragionavano.
Nella discografia lanciare qualcuno che non ha già una propria rilevanza è un’impresa titanica. Anzi non lo fa più nessuno. Scordatevi i talent scout, scordatevi i colpi di culo.
De Andrè si impose sul suo essere anarchico, cantava gratis per gli anarchici di Genova e Carrara.
Un altro che tentò di buttarla sulla strada dell’anarchia fu Francesco Baccini, comunque abbastanza personaggio per avere una propria identità.
Ma pur sempre il secondo a seguire questa strada.
E Baccini anarchico lo era sul serio, con tutte le carte in regole. Orfano di padre, ex camallo, uno che dormiva dentro la macchina a Milano d’inverno pur di perseguire un sogno.
Non un anarchico fronte mare.
D’altronde,
“Intelligenti in casa ne basta uno”… In effetti, avete mai visto una persona intelligente stare con un’altra intelligente?
E’ troppo difficile, bisogna essere molto intelligenti.

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5 statuette a Paolo Virzì per La Pazza Gioia. La mia.

La pazza gioia di Paolo Virzi è stato per me un congegno emozionale talmente forte da pensare, mentre scorrevano i titoli di coda, che forse il litio lo avevano tolto pure a me e che forse d’ora in poi sarei rimasta in balia di me stessa. 
Perché nell’abisso di solitudine e disperazione della follia non c’è alcuna verità sublime, se non quella che ci accomuna tutti come esseri umani. Ovvero che vogliamo essere accettati ed amati, e che questa è la gioia di cui abbiamo una fame inesauribile.

E per quanto continuiamo a sforzarci di restare lungo i binari della decenza quotidiana, sappiamo bene, sappiamo anzi ogni giorno un po’ meglio, che basterebbe nulla per deragliare. Basterebbe un incontro sbagliato, una sfortuna di troppo. Basterebbe perdere un punto d’appoggio che credevamo sicuro, per scivolare lungo uno di quei crinali di esistenza che abbiamo già percorso pericolosamente migliaia di volte.

La cosa certa, è che per raccontare la follia al cinema ci vuole un coraggio enorme. La pazza gioia è, da questo punto di vista, un film miracoloso, prima di tutto per i pericoli mortali che scampa uno a uno, di scena in scena. Perché la cosa più facile del mondo, nel raccontare la follia, è indulgere a quella menzogna romantica che fa volentieri dei matti i depositari di una verità che sarebbe preclusa a chi, ogni giorno, resta, con fatica magari crescente, lungo il limite ultimo della decenza umana. 

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The Most Beautiful Day – Il giorno più bello

Vi annuncio l’uscita nelle sale, il 30 marzo, di un road movie affascinante e commovente, dedicato ai folli, ai sognatori, agli anticonvenzionali alla ricerca dell’ultimo e più bel giorno della propria vita. Alternando la commedia della vita a momenti terribilmente tragici di due condannati alla morte per malattia terminale.
Si intitola The Most Beautiful Day – Il giorno più bello, lungometraggio diretto e interpretato da Florian David Fitz, una produzione Warner Bros, già campione di incassi in Germania, distribuito da Nomad Film Distribution, che sta ultimando i lavori di doppiaggio.
E’ un avventura che emoziona come il grande cinema deve fare e diverte quanto un genere slapstick. E’ un film che veicola una riflessione sul senso della vita, oltre che un incitamento a viverla fino in fondo.
Il merito delle immagini oniriche de Il giorno più bello è del direttore della fotografia, Bernhard Jasper che in Sudafrica, sa offrire il giusto contrasto necessario con lo sfondo tedesco dal quale i due eroi vogliono fuggire.

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Sesso e Palladio

Sono tornata a vivere in Veneto dopo 4 anni all’estero e qualcuno di più in altre città d’Italia, pur continuando a lavorare quasi esclusivamente fuori dal Veneto. Personalmente appartengo ad un Veneto piuttosto ideale, che appartiene alla memoria ma non esiste più. Il Veneto contadino che è sparito e che mi hanno raccontato da bambina.

Il Veneto è terra di vino e di imprenditoria agricola, di contrasti, di dualismi e contraddizioni ma anche di diffidenza ancestrale, dove è facile metter al bando un forestiero, un diverso, gli stranieri, gli immigrati o i libri gender per bambini. Il Veneto è un paese che in brevissimo tempo può rendere virale una rabbia collettiva, servendosi di una serie di analisi prive di fonte, con l’effetto di produrre terrorismo psicologico. Fatto di immigrati che sbarcano con tablet o smartphone di ultima generazione e di bambini che sarebbero indotti a diventare omosessuali, secondo le teorie gender più fantomatiche.
Ma è anche la regione della solidarietà con il più alto numero di associazioni di volontariato.
E’ facile scorgere a pochi chilometri di distanza, perfetti esempi di poli opposti, di contrasti, di regressione e ribellione. Discorsi e preconcetti medievali e abitudini oltre la condotta morale più aperta. Baciabanchi ed eretici. Angeli e demoni. Inferno e paradiso.
Uno dei personaggi più controversi è Joe Formaggio, che non è la figurina di Paperino Paperotto, ma il sindaco di Albettone, in provincia di Vicenza, che già aveva suscitato clamore nel 2015 per la proposta di tassare gli omosessuali.
Recentemente non si è risparmiato sul fenomeno Bello Figo, sparandola grossa “Mi fa schifo, ma lo aspetto ad Albettone. Così la gente si incazza e lo lincia” e ai microfoni della Zanzara avverte “Da noi i negri rischiano la pelle, se ce li mandano muriamo le case e le riempiamo di letame. Siamo orgogliosamente razzisti. Esportiamo cervelli e importiamo negri che sono meno intelligenti di noi, sono inferiori. Qui non vogliamo extracomunitari, negri e zingari. Abbiamo un poligono di tiro, il più alto numero di porto d’armi di tutta la regione Veneto. E non vogliamo nessuno che venga a rompere”.
Pochi chilometri più in là, in un altro piccolo paesino del vicentino tronegga, un mural raffigurante una enorme barbie trans, vestita da sposa con rose e barba, commissionata dal sindaco Paolo Pellizzari all’artista MTO, street artist di fama internazionale, che rimanda ai diritti civili, al matrimonio tra coppie dello stesso sesso.
In un clima di bufera e bagarre costanti, l’amore e l’indulgenza regnano per difendere don Andrea Contin, un sacerdote stimatissimo di 48 anni che regge la parrocchia di San Lazzaro, alla periferia di Padova, nonostante sia indagato per sfruttamento della prostituzione e violenze ed in fase di perquisizione siano stati trovati in una stanza della canonica, alcuni giochi erotici, nonché filmetti hard, un vero campionario di vibratori, fruste, collari in pelle, perfino tacchi a spillo e stimolanti sessuali per donne.
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Ma molto probabilmente, le stesse persone che spalleggiano Don Contin, difficilmente potrebbero mai accettare che sotto carnevale, in uno dei palazzi storici veneziani, top secret fino all’ultimo, abbia luogo il più importante evento libertino orgiastico su scala internazionale, con tanto di cerimioniale in pieno stile Eyes Wide Shut, con Gran Maestro, Sacerdotesse, Ancelle e Mefistofeli.
Il Veneto.
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La mia su La La Land

16473460_10154337860995687_6419490442337361485_n1Come accadde per Birdman di Iñárritu, vincitore di 4 premi Oscar nel 2015 ma completamente snobbato al Festival di Venezia e dalla critica italiana, anche La La Land, pur portando a casa nel 2016 una Coppa Volpi, venne accolto al tempo con tiepide recensioni, memorabile fu addirittura un 2,5 del Sole 24 Ore.
Dopo il responso dei vegliardi dell’Academy che lo candidano con 14 nomination, tutti gridano al miracolo.
Ed è proprio così. La La Land è un piccolo miracolo, intelligente e straordinario, scritto e diretto da un ragazzo di soli 32 anni, Damien Chazelle, che ha già diretto un capolavoro come Whiplash e musicato da un suo coetaneo e compagno di studi che ha lavorato anche ai suoi precedenti film.
Il film è costato un durissimo lavoro per tutto il cast e la troupe: la sola scena del tip tap nel parco è stata provata per tre mesi con la coreografa Mandy Moore in un tripudio di virtuosismi e piani sequenza.
La La Land è un film dedicato ai folli e ai sognatori, a chi è disposto a dare la propria intera vita ad un solo momento, ad una frase, ad un accordo, ad una melodia, ad un’interpretezione. Un film per chi sa ancora sognare.
Signori, La La Land tutta la vita.

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