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Buongiorno tristezza: ora sei l’unica ancora di salvezza

open-uri20150422-20810-1e8fhe4_785bc7e0Il segreto per stare bene è quello di accettare la sofferenza come momento di riflessione e di crescita: così paradossalmente, scoprire il ruolo positivo dell’infelicità può essere un modo per vivere più felici.

Viviamo immersi in quella che potrebbe essere chiamata la cultura della felicità. Il dolore non è accettato, nè quello fisico, nè tanto meno quello psicologico. Ai primi sintomi di sofferenza corporea, ci imbottiamo di analgesici: ai primi cenni di disagio emotivo, ci stordiamo di psicofarmaci. Non esiste la cultura della morte che sembra sparire dal conscio collettivo e nei cimiteri persino i fiori sono sempre più spesso di plastica, imperituri.

La felicità materiale non è un concetto di matrice cattolica: anzi, il cattolicesimo propone il modello etico della sofferenza come via d’ingresso nel regno dei cieli. E’ la cultura protestante che ha radici nell’ebraismo biblico a giudicare il conseguimento del benessere terreno come un segno della predilezione divina, caricandolo di connotati morali positivi.

La felicità sempre più, si trasforma da diritto in dovere e l’infelicità viene posta fuori legge. Ogni esperienza negativa, piccola o grande, è vissuta come una sconfitta, una vergogna sociale, invece che accettata come momento di prova e di crescita. Il dolore tempra, si diceva una volta, e non per nulla i riti di iniziazione in tutte le culture prevedono sempre prove di sopportazione fisica e psicologica.

Oggi bisogna avere tutto e subito, si è persa la capacità di fare programmi che implichino fatica e rinunce. Si preferisce la soddisfazione immediata perchè non si è capaci di tollerare l’ansia, la sofferenza e la privazione.

Aumentano in maniera esponenziale le malattie psicosomatiche, come se il corpo diventasse la valvola di sfogo della sofferenza, rifiutata a livello mentale.

Nascono concetti come resilienza, diffusi tra i giovani tramite fenomeni come Gianluca Vecchi ed il suo GV pensiero.

Resilienza, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Un parola, tatuata sul dorso della mano di Vacchi e sulle sue t-shirt. C’è perfino gente che si tatua resilienza e manda le foto a Gianluca. Tanta, tanta gente. Resilienza è piegarsi all’urto ma non spezzarsi. Più o meno come balla GV nei suoi clippini.

Ad ogni modo, il segreto per stare bene è quello di riscoprire il valore positivo del dolore, e di superarlo non negandolo ma accettando la sofferenza, la delusione, l’insuccesso come momenti di riflessione.

Un pò di infelicità fa bene insomma, purchè non diventi compiaciuta ossessione narcisista e serve a riscoprire il valore positivo della solitudine, del silenzio e mettere in questione i modelli dal di fuori e ad abbandonare i ritmi frenetici attraverso i quali cerchiamo di non udire la nostra voce interiore.

Molte volte non si è resilienti affatto, si sta da schifo, si piange per giorni, non si ha voglia di palliativi, non si va in giro a seminare cadaveri, a fingere, a rendersi ridicoli. Si è onestamente tristi.

Questi sono i segnali di un lutto elaborato con intelligenza. Il dolore va sentito e accettato. E soltanto da questo punto poi si ricomincia da se stessi.

Il dolore si vive e non si rimanda, tanto non dà scampo a nessuno.

 

 

 

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2 thoughts on “Buongiorno tristezza: ora sei l’unica ancora di salvezza

  1. l’infelicità e il dolore fanno parte della nostra vita. Sta in noi accettarli senza farne una tragedia. Capisco che è meglio il benessere fisico e psichico ma non sempre, anzi molto spesso, non ci sono

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