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Pino

Chi ha letto l’elogio della follia di Erasmo da Rotterdam conosce quanta ironia e sarcastico umorismo si celino dietro la figura di questo autore, una delle poche persone spiritose, nate nel Quattrocento, tenendo anche presente che fosse sacerdote, orfano e senza una lira perchè derubato dai parenti.

In questo libro, la Pazzia, nei panni succinti di una bella donna invitante e sensuale, fa una conferenza davanti a un fitto uditorio internazionale: è un elogio che la Pazzia fa a se stessa.

Molti anni prima della legge Basaglia, che molto, molto gradualmente, ha messo i matti fuori dai manicomi, io i matti li avevo incontrati che non avevo neanche sei anni.

Ho vissuto con loro per due estati di seguito, perchè mio padre decise di portarmi in visita dalla Rosa, una zia suora che prestava servizio in un ospedale psichiatrico di Palermo. Io e lui. La mamma non aveva voluto venire, milanese e più borghese di mio padre, non se l’era sentita di vivere tale esperienza. Ci andai con mio padre, scrittore, sempre alla ricerca di spunti su cui scrivere.

Quelle estati, mio padre ed io dormivamo e vivevamo con i matti. Ricordo anche, che a mio padre lo volevano sedurre tutte le pazienti.

I ricordi più dolci li conservo per quei matti dolci e calmi che ragionavano benissimo, tranne una piccola, un pò singolare premessa iniziale da cui scaturiva il loro comportamento.
Conobbi la “spezzatrice di maccheroni”, una donna che si era fissata sul fatto che non si facesse in tempo a spezzare i cannaruzzini, i filatu e i catanesella che occorrevano ogni giorno e più volte al giorno per i bisogni delle famiglie numerose divoratrici di pasta.
Allora Ortensia, così si chiamava, angosciata per questa cosa affannosa contro le inesorabili scadenze quotidiane, girava chiedendo e offrendo a tutti di poter loro spezzare la pasta. Ma la sua fama di spezzatrice di pasta era tale che dalla cucina veniva richiesta in molteplici occasioni. E lei spezzava e spezzava, quintali di pasta.

Ma non era l’unica dolce folle a dedicarsi a forme di spettacolo, vi era anche Francesca, che ripeteva a richiesta o spontaneamente una cantilena in cui descriveva gli ultimi giorni di Giacomo Leopardi a Napoli.

Poi c’era un altro preso da quieta follia che sedeva sempre accanto ad una bassa finestra, suonava una campanella come quelle che chiamavano alla messa. Era vestito e truccato vuoi da Garibaldi, vuoi da Mazzini, vuoi da Cavour.

Io quell’anno, a sei anni, a quei tre li avevo proprio adorati e chiesi a mio padre di poter tornare a visitarli l’estate successiva, ma di loro nessuna traccia. A me della zia Rosa non importava granchè, perciò mi feci gli affari miei e ricordo di non aver voluto stringere amicizia proprio con nessuno.

Ma di matti nel corso della vita ne ho conosciuti parecchi, a Roma ricordo molto bene di Pino. Cresciuto con la sorella in un orfanotrofio, nati da una madre schizofrenica. I due erano stati separati e non si erano mai più incontrati.

Pino era il clochard gentile di Porta Metronia, regalava proverbi incompleti e ritratti ai passanti. Non chiedeva niente in cambio. Ancora adesso provo un moto di commozione per quel viso buono. E’ mancato ad aprile scorso , mi hanno detto ci fossero moltissime persone al suo funerale per l’ultimo saluto.
Anche la mia cara nonna materna, è stata un pò matta. Un pò per la malattia degenerativa degli ultimi anni, un pò per la solitudine. E’ morta matta. Io l’amavo tanto. Quando era piccola ma piccola davvero, mi raccontava la cruenta storia di Vito Mozzoni tratto da Cuore di De Amicis oppure un efferato caso di cronaca dell’epoca, di due donne in cura in un ospedale psichiatrico che avevano cavato gli occhi a una paziente bellissima con gli occhi azzurri. Poi mi strabuzzava gli occhi alla fine e io urlavo tantissimo. Erano i suoi due cavalli di battaglia. Mia nonna mi faceva sempre spaventare.

In famiglia lei aveva avuto casi abbastanza gravi di pazzia. All’epoca sua però, i matti non si mettevano in manicomio, si tenevano in casa. Anzi, averne uno era quasi un segno di distinzione, un pò come il fantasma di famiglia nel castello scozzese. Solo che quello suo, una domenica, aveva deciso di entrare nudo in chiesa insieme a un asino e quindi non l’avevano più potuto tenere in famiglia.
Alla fine qualche pazzia l’abbiamo fatta tutti e tutti abbiamo dentro una vena di follia latente. Nell’abisso della follia non c’è alcuna verità, se non quella che ci accomuna tutti come esseri umani. Ovvero che vogliamo essere accettati ed amati, e che questa è la gioia di cui abbiamo una fame inesauribile. E per quanto continuiamo a sforzarci di restare lungo il binario della decenza quotidiana, sappiamo bene, che basta nulla per deragliare. Basta un incontro sbagliato, una sfortuna di troppo. Basta perdere un punto d’appoggio che credevamo sicuro, per scivolare lungo uno di quei crinali di esistenza che abbiamo già percorso pericolosamente migliaia di volte.

“E di questo è degno testimone il non mai abbastanza lodato Sofocle con quelle sue splendide parole di elogio per me: “Dolcissima è la vita nella completa assenza di senno”.
Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam

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Pino

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4 thoughts on “Pino

  1. Talvolta la follia è un rifugio dove ci chiudiamo per difenderci da una realtà troppo perfida e crudele.
    Anch’io conosco bene i matti perché qualche gitarella in neuropsichiatria l’ho fatta, ma come degente.

    Mi piace

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