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Ora che è morto un Casamonica

alemanno-casamonica-2Ora che è morto un Casamonica, sono tutti scesi in campo come i topi quando il gatto si allontana, con l’indignazione ancora alta e ferma, giunti ormai al terzo giorno dal misfatto, sulla modalità di funzione, su chi ha dato le autorizzazioni, sul pilota dell’elicottero (che per altro è l’unico ad aver pagato con la sospensione della licenza), sul parroco. Parroco che a onor del vero, ha svolto solo il suo dovere, giacchè il compito di giudicare per i credenti spetta solo a dio. Certo, trattasi della stessa parrocchia che non accolse il funerale di Welby. Vero. Infatti sbagliarono allora, in termini cristiani, non ieri.
Ci si accanisce sul far dimettere Marino, Renzi, Alfano, il parroco, il Prefetto, il Papa, Obama…Capisco che Marino manchi di appeal e di carisma ma è l’unico ad aver denunciato mafia capitale, Carminati & Co, i vari soci in affari e tutto il carrozzone, Casamonica inclusi, proprietari di mezza Roma tra locali notturni, bar e ristoranti e mille altri affari. Il problema non sono gli onori che sono stati conferiti al morto, quanto il fatto che fosse altrettanto onorato anche da vivo. A Roma, tutti sapevano chi fossero i Casamonica, il resto dell’Italia si indigna perché forse pensavano fossero una marca di prosciutti.
Ma la colpa non è mai nostra, non lo è mai abbastanza…per non sapere, non conoscere, non approfondire, non leggere i giornali, per serrare gli occhi di fronte a ciò che ci circonda. Il problema non sono i Casamonica in sè, ma i Casamonica in noi.
Di seguito la testimonianza di Otello Lupacchini, magistrato ed esperto di criminalità organizzata politica e mafiosa, intervistato da Micaela del Monte
“Sono in totale 46 i clan che hanno messo le mani su Roma. Mafie italiane e straniere che sembrano convivere senza troppi conflitti. Anzi, collaborano, fanno affari insieme. La situazione è semplicemente esplosiva, ormai il territorio di Roma è diventato sede di ’ndrine calabresi, cosche mafiose siciliane, clan camorristici, consorterie mafiose russe, cinesi, slave, nigeriane, brasiliane, e di tutto un variopinto mondo di bande gangsteristiche aggregatesi attorno a personaggi già operativi. Anni e anni di sottovalutazione del fenomeno d’infiltrazione ha consentito stanziamenti che, se contrastati già 30/40 anni fa, probabilmente non si sarebbero verificati. A ciò si aggiunga che Roma è pur sempre la capitale d’Italia ed è qui che si trova il motore degli affari, in cui le mafie affondano i loro artigli. Roma è il centro del potere ed è normale che si concentrino qui i vari clan».

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